Pesce al Timo

Non vogliamo insistere sulle necessità primarie dell’uomo (c’è già un’apposita rubrica), però il temolo ha una peculiarità che difficilmente si può anche vagamente ipotizzare: come spiega l’autore, le carni hanno profumo di timo.

Foto in alto: un grosso temolo e la sua variopinta pinna, che usa per attrarre le femmine della sua specie durante il periodo riproduttivo.

Tra le specie presenti nelle acque interne dell’Italia, insidiabili a mosca, sia secca che sommersa e a ninfa, merita una posizione di rilievo il temolo. Tante sono le peculiarità di questo pesce che giustificano la sua presenza nella top ten di molti moschisti della penisola e non solo. Il tratto distintivo che ha più colpito l’immaginario dell’uomo già in tempi lontani, è il fatto che le sue carni profumano di timo: la radice del nome italiano e di quello latino (Thymallus) sigla l’unicità del temolo. Il temolo presenta inoltre una pinna dorsale molto estesa, simile a una vela, caratterizzata da una appariscente livrea con screziature grigio-scuro e azzurre e orlata di rosso, livrea che tende ad accentuarsi durante il periodo riproduttivo, in primavera. La dimensione e la colorazione della pinna dorsale fanno da contorno a una testa e una bocca piccole e a eleganti sfumature grigio argento che ornano i fianchi, assieme a una puntinatura nera abbastanza sparsa. Termina il corpo affusolato una pinna caudale ampia e forcuta, anch’essa ornata da cangianti tinte pastello.

L'autore impegnato a controllare con la coda e seguire con lo sguardo l'effimera che scorre sul filo della corrente.

Habitat - Evolutosi per vivere nelle correnti dei torrenti di fondovalle e nelle loro foci, quando queste si trasformano in immissari di laghi in altitudine, è un pesce ormai divenuto raro in Italia. Le cause sono le solite note: non voglio scomodare i vari inquinamenti e nemmeno il cambiamento climatico, abusare della accresciuta presenza dei cormorani, accusare gli alloctoni (ma avranno davvero tutte le colpe per i cambiamenti che avvengono nella biodiversità ittica dulcicola nostrana?). A dare il colpo di grazia al temolo sono state (e sono) due cause indipendenti ma che, sovrapponendosi, provocano effetti deleteri sulle sue popolazioni: in primis cito le varie opere idriche fatte allo scopo di regimentare i corsi d’acqua, che impattano soprattutto sui letti di frega, depauperando sempre più il numero di “nuovi nati” tra i temoli; in secondo luogo, la drastica riduzione del suo principale alimento: gli insetti. Anche in questo caso i motivi sono diversi, ma sono principalmente riconducibili all’utilizzo di sostanze, biologiche e chimiche, per il controllo delle specie di artropodi dannose per l’agricoltura, che però non sono in grado di fare distinzione tra insetti che sono piaghe per le piante e insetti che formano il principale pabulum del temolo, soprattutto effimere, tricotteri e plecotteri.

Quale temolo? - A complicare la situazione traballante dal punto di vista conservazionistico di questo bel pesce ci si mettono pure gli ittiologi (e io rientro in questa categoria...) che, di recente, hanno scoperto che la specie che vive nelle acque dolci dell’Italia settentrionale è tassonomicamente distinta da quella che vive in acque transalpine, per cui ora ci troviamo a distinguere tra il temolo pinna blu o adriatico (Thymallus aeliani), endemico del bacino del Po e dei suoi im- missari di sinistra, e il temolo pinna rossa o europeo (Thymallus thymallus), distribuito nell’Europa transalpina centro-settentrionale. Come ciascun nome comune suggerisce, la differenza principale tra i due temoli sta nella colorazione della pinna caudale, che nel temolo adriatico ha riflessi blu, mentre nel temolo europeo è rossastra. Il problema è che il temolo europeo è stato immesso a più riprese nelle acque cisalpine, e questo ha portato alla formazione di ibridi in diverse aree (“inquinamento genetico”), rendendo difficile, se non impossibile, un recupero totale del temolo italico.       

Cristian mostra orgogliosamente un temolo over 40 prima del meritato rilascio. 

 Con Cristian - Da quanto premesso è nato il mio desiderio di andare a cercare il temolo pinna blu, insieme al mio mentore per la pesca a mosca, Cristian Sechi. È proprio lui a suggerirmi come area il territorio del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte, dove sono presenti alcuni torrenti di fondovalle che ospitano questo salmonide. Il periodo è quello dell’apertura, la tecnica il fly fishing. L’attrezzatura è rappresentata da reattive canne 7'6 piedi, coda DT #3, finale conico mm 0,13 da cm 240. Completa il terminale un tippet da mm 0,12. Per l’occasione Cristian ha costruito delle piccole effimere dai colori tenui su ami del 16, 18 e 20 (adatte alla piccola bocca del temolo), con corpo e ali in Cdc naturale nelle colorazioni Brown o Dun e code in Gallopardo Coq de leon. Siamo a maggio, ed in questo periodo dell’anno i temoli, dopo le fatiche riproduttive, sono particolarmente famelici e attivi, pronti sempre a ghermire un insetto ripario che cade sulla superfice delle acque e, si spera, anche una nostra imitazione. Arriviamo poco dopo l’alba sul punto di pesca, dopo una camminata di una mezzoretta tra i boschi alpini (siamo intorno ai 1.500 metri s.l.m., e fa abbastanza freddo). Abbiamo scelto la parte finale di un torrente che si apre in un’ampia foce, con acque mediamente rapide e cristalline, che ci permettono di pescare sia sulla bollata che “a vista”. Non vediamo schiuse, decidiamo allora di montare due effimere dalla colorazione differente, per capire quale delle due sia più efficace. Io scelgo una tonalità chiara, Cristian lega al suo terminale una effimera più scura. I miei occhiali polarizzati scorgono subito la silhouette della preda ricercata poco sotto la superficie e basta una coda ben indirizzata per poggiare l’effimera nel punto giusto e far salire il temolo dal fondo. Una ferrata rapida mi consente di portare a guadino (in gomma anti-sfregamento di ordinanza) un bel pesce di una quarantina di centimetri. Prima di liberarlo osservo la livrea della sua coda, che mostra il bluastro della specie nostrana. Le mie catture si susseguono, l’effimera chiara sembra al momento la scelta migliore. Si narra che il temolo sia un pesce difficile, che tenda a rifiutare spesso la mosca secca che gli viene presentata. Parzialmente vero, poiché il temolo non è una trota fario e, a differenza di questa, tende a osservare con più attenzione quello che gli passa davanti: spesso sono necessari diversi lanci prima che si convinca ad attaccare la mosca.

la femmina di temolo, catturata dall'autore, mostra tenui sfumature azzurre della caudale, che ci indicano la sua origine autoctona.

Inoltre, poiché spesso vive in acque meno tumultuose rispetto alla trota, sale con più calma sull’imitazione, lasciandosi trasportare indietro dalla corrente, un fatto da non trascurare quando, pescando a vista, si posa la nostra piccola esca galleggiante sull’interfaccia acqua-aria. Le prime ore della mattinata proseguono con un buon numero di catture, principalmente mie, mentre Cristian, a qualche decina di metri da me, non sembra avere la stessa fortuna. Mi fermo a osservarlo e vedo che insiste su un punto, lanciando e rilanciando più volte la sua effimera bruna. Inizio a pensare che l’allievo supererà finalmente il maestro. Ma la mia è una speranza come la secca che sto utilizzando, effimera! Dopo un po’ vedo infatti la canna di Cristian con una bella piega e lui che riesce rapidamente a portare a riva un temolo. Un grosso temolo in realtà, che vado immediatamente a immortalare. È un pinna blu di quasi 50 centimetri, che fa sfoggia orgogliosamente della sua variopinta pinna dorsale, prima di ritornare in acqua sano e salvo. Poi Cristian mi spiegherà che ha lanciato più volte in quel micro-spot perché aveva intravisto la dorsale di un grosso maschio. La mattinata si conclude con qualche altra bella cattura di fondo valle. Missione compiuta! I temoli pinna blu sono stati catturati (e sempre prontamente liberati). Il pescatore che è in me è felice, un po’ meno il ricercatore, che spera che vengano attuati progetti di salvaguardia e re-immissione di questa specie endemica dei torrenti della val Padana dove non è più presente da decenni. Il temolo pinna rossa, quello Europeo, potremmo sempre andare a pescarlo in Svezia. 


Box scientifico - Pinne dorsali che sfidano l’idrodinamica. Sfrutto queste poche righe per fare una riflessione: la maggior parte dei pesci grandi nuotatori o che vivono in corrente, siano essi marini (es. tonni, sgombri, marlin) o d’acqua dolce (es. trote, barbi, aspi), hanno spesso una forma ogivale, caratterizzata da pinne che sporgono poco o nulla dalla superficie del corpo. Questo affinché la resistenza causata dal pesce che nuota contro corrente sia ridotta al minimo, senza “prominenze” fuori profilo, riducendo allo stesso tempo i vortici idrodinamici che ostacolano la velocità e aumentano la spesa energetica. Eppure, la natura ci stupisce con le sue eccezioni: pensate al pesce vela, con la sua enorme dorsale, che pur tuttavia è uno dei pesci che raggiunge le più alte velocità nel nuoto. Anche il temolo ricade tra le eccezioni, condividendo con il vela una ragguardevole pinna dorsale, in proporzione forse ancora più estesa. Ma cosa se ne fa un pesce che deve vincere i gorghi dell’acqua che scorre su un ghiareto di una dorsale ingombrante che crea resistenza al nuoto? La risposta sta nella strategia riproduttiva. Infatti, il maschio del temolo possiede una dorsale più sviluppata e colorata della femmina. Queste differenze morfologiche tra sessi vengono definite in zoologia caratteri sessuali secondari. Nel nostro caso, il temolo maschio con la dorsale più alta e bella ha una capacità attrattiva maggiore sulle femmine, assicurandosi quindi migliori performance riproduttive. Alla faccia delle performance nel nuoto…