Tutti apprezziamo il successo del tennis italiano, non solo per le prestazioni dei “frontman” Paolini e Sinner, ma anche per la solidità del settore, guidato dal cagliaritano Angelo Binaghi, di cui i due campioni sono espressione. Allo stesso modo, noi apprezziamo il successo della pesca, inevitabilmente a macchia di leopardo, per via delle sue declinazioni in una peculiare moltitudine di specialità. Una di queste, la traina d’altura, al di là dei meriti sportivi, dove, curiosamente, un altro sardo, Franco Bellini, ha lasciato la sua impronta, riveste un ruolo strategico per tutta la pesca sportiva, intervenendo su due fronti importantissimi: la nautica e la sostenibilità. Infatti, la cantieristica, forte di un peso significativo sul Pil e voce autorevole nei tavoli che contano, è chiaramente motivata allo sviluppo e sostegno di un’attività sportiva, spesso ingiustamente osteggiata, che si pratica dalla barca e non sempre dalla più piccola. Il Big Game Fishing, per dirla all’americana, oltre a registrare una popolarità forse inattesa, risulta quindi l’anello di congiunzione tra i cantieri e gli oltre due milioni di pescatori, tutti, a diversi livelli, potenziali acquirenti di un mezzo destinato alla navigazione, per ben 12 mesi all’anno. La traina d’altura è anche la tecnica di pesca più lungimirante, dove il rilascio dei pesci (risorsa che inevitabilmente va tutelata) è una pratica ormai assimilata e in ambito agonistico, ma anche ricreativo, almeno per alcune specie, obbligatoria. Ormai i tempi sono maturi e le pratiche virtuose, sostenibili e ecocompatibili, sono già indispensabili per ipotecare il futuro e vedere all’orizzonte ancora tante e tante uscite in mare con la canna da pesca.
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